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Subirats | dijous, 5 de juny de 2008 | 09:14h

Manel Garcia Grau was a poet, novelist and professor of Catalan Philology at the Universitat Jaume I of Castelló. His first book of poems was Quadern d'estances (Notebook of Rooms – 1988), which was closely followed by a dozen titles, outstanding of which include Llibre de les figuracions (Book of Manifestations – 1993), Al fons de vies desertes (At the Bottom of Desert Paths – 2002) and most recently La mordassa (The Gag – 2003). His poetry has won prizes such as the Vicent Andrés Estellés (1990), the Golden Rose at the Jocs Florals of Barcelona (1997) and the Ausias March (2000).  Beyond this he has had a solid career as an essayist, particularly on the literary and linguistic themes that are his principal interests. Recently, Garcia Grau tried his hand at the novel with El Papa maleït (The Accursed Pope – Planeta, 2003), a story of intrigue about Pope Luna. Also; he wrote opinion pieces and literary criticism in various newspapers and journals, including Serra d'Or, Levante, Avui, Mediterráneo and the Heraldo de Castellón.
He died in Castelló on 5th June 2006. He is known to be the best poet born in the Maestrat region, and one of the best poetic voices in the Catalan language of the last decades.


Subirats | dimarts, 27 de maig de 2008 | 12:23h

 

La Catalogna è una delle regioni che formano la comunità linguistica catalana, la quale attualmente si trova distribuita in quattro stati europei: lo Stato spagnolo (Catalogna, Paesi valenziani, Isole Baleari, parte delle comunità autonome d’Aragona e di Murcia), lo Stato francese (la Catalogna del Nord, il Dipartimento dei Pirenei Orientali), lo Stato italiano (Alghero, una città in provincia di Sassari in Sardegna) ed Andorra (uno stato indipendente che si trova nel cuore dei Pirenei, dove il catalano è l’unica lingua ufficiale).

 

In questo articolo parleremo del caso di Catalogna, siccome la divisione amministrativa della nostra comunità linguistica in quattro stati diversi –e nel caso dello stato spagnolo divisa anche in cinque comunità autonome differenti-  fa che lo status legale della lingua sia molto diverso e risultino situazioni sociolinguistiche distinte.

 

1.      Processo storico

 

Breve cenno di chiarimento

 

Quando si parla di sistema educativo in Catalogna, per quel che riguarda l’insegnamento delle lingue, tante volte si confondono i termini e si utilizza il concetto d’immersione linguistica per l’insieme del nostro insegnamento. Bisogna specificare che quando ci riferiamo all’immersione linguistica, parliamo “solo” di quei contesti in cui si applicano le metodologie proprie di questo programma (insegnamento di seconde lingue), dato che una parte importante degli allievi non conosce la lingua veicolare del sistema educativo che, come vedremo, è la lingua catalana. Nei contesti nei quali la scolaresca conosce la lingua catalana sia per via famigliare o per contatti con l’ambiente circostante, non parleremo mai d’applicazione di programmi d’immersione linguistica, parleremo, semplicemente, d’insegnamento in catalano.

 

 

Una desisione democratica

 

Nel 1979, lo Statuto d’Autonomia di Catalogna, ha stabilito l’ufficialità del catalano che si aggiugeva a quella dello spagnolo (dichiarato lingua ufficiale dello stato spagnolo nella Costituzione Spagnola nel 1978). Concretamente, l’articolo 3 dello Statuto di 1979 raccoglieva due punti che sono stati fondamentali nello sviluppo della politica linguistica della Generalitat di Catalogna: il riconoscimento del catalano come lingua propria e l’impegno di garantire l’uso normale ed ufficiale delle due lingue ufficiali, per raggiungere l’uguaglianza d’entrambe le lingue per quell che riguarda i diritti dei cittadini.

 

 

 

La Legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna (http://www.bibiloni.net/legislacio/LNLC.htm), da quanto è stabilito nell’articolo 1.1., aveva come obiettivo lo sviluppo dell’articolo 3 de lo Statuto d’Aunomia di Catalogna che come finalità aveva la normalizzazione dell’uso della lingua catalana in tutti gli ambiti e di garantire l’uso normale del catalano e dello spagnolo. L’articolo 1.2 precisa anche alcuni obiettivi della Legge: imparare ed incentivare l’uso del catalano per tutti i cittadini; dare efficacia all’uso ufficiale del catalano, normalizzare l’uso del catalano in tutti i mezzi di comunicazione sociali ed assicurare l’ampliazione del conoscimento del catalano.

 

Per renderlo possibile, e partendo dal fatto che il catalano era la lingua propria di Catalogna, si è stabilito che doveva essere la lingua propria di quattro ambiti, i quali dovevano diventare i quattro assi principali della politica linguistica della Generalitat di Catalogna: l’amministrazione, la toponimia, l’intitolazione dei mezzi di comunicazione della Generalitat e l’istruzione non universitaria.

 

Dunque, il catalano diventa lingua propria, si potrebbe dire la prima lingua in alcuni ambiti pubblici con lo scopo di livellare la situazione d’entrambe le lingue ufficiali, avendo conto che la situazione della lingua catalana era, in tutti gli aspetti, inferiore, anzi, precaria, se prendiamo il termine che appare nel preambulo della Legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna. Arrivati a questo punto, bisogna riccordare che la Legge è stata approvata per 133 voti (su 135 deputati). Cioè, una legge approvata per tutti i partiti con rappresentanza parlamentare (Convergència i Unió, Partit Socialista de Catalunya, Partit Socialista Unificat de Catalunya i Unión de Centro Democrático), meno il Partido Socialista de Andalucia, scomparso poco dopo dal panorama politico catalano.

 

Nel ambito educativo, e senza approfondire, la Legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna ha significato: dichiarare il catalano lingua propria dell’istruzione in tutti i livelli educativi; stabilire che i bambini hanno il diritto di ricevere il primo insegnamento nella loro lingua abituale (1); non dividere gli allievi in scuole diverse secondo la lingua; garantire che tutti gli scolari dovevano accreditare, alla fine dell’istruzione obbligatoria, la conoscenza del catalano e dello spagnolo, indipendentemente della loro lingua abituale all’inizio della loro scolarità; stabilire il dovere degli insegnanti di conoscere entrambe le lingue ufficiali; ed istituire il catalano come lingua d’espressione abituale nelle scuole in tutte le attività interne ed in quelle di proiezione esterna. Ossia, è stata una scomessa chiara per avere un unico modello educativo, che doveva offrire a tutta la cittadinanza della Catalogna l’oportunità di conoscere le lingue ufficiali e, nel caso del catalano, questa premessa solo era possibile se il catalano diventava la prima lingua della scuola.

 

Negli anni ottanta, in questa nuova situazione legale (svilupata con il Decreto 362/1983, del 30 agosto, in riferimento all’applicazione della legge 7/1983, del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna) (1) e con l’esperienza acquisita dagli insegnanti che avevano introdotto l’insegnamento del catalano in catalano, incomincia il processo graduale di catalanizzazione del sistema educativo e, nello stesso tempo, incomincia l’applicazione dell’immersione linguistica, che popolarmente diventa lo stendardo della normalizzazione linguistica. È il momento in cui vengono applicate le metologie dei programmi d’immersione linguistica nelle zone dove la maggioranza degli scolari parla lo spagnolo, in cui migliaia di maestri frequentano corsi d’aggiornamento (“reciclaggio”) e le scuole di Magisterio promuovono i Piani Intensivi di Normalizzazione Linguistica per coordinare in una stessa direzione le attuazioni del Departament d’Ensenyament e dei comuni... Senza dubbio, sono stati anni in cui la catalanizzazione del sistema educativo è stata strettamente legata con la rinnovazione pedagogica e con una decisa inclinazione a una scuola di qualità.

 

 

L’applicazione del programma d’Immersione Linguistica

 

In questo senso, bisogna ricordare che il programma d’Immersione Linguistica (PIL) sviluppato in Catalogna ha osservato attentamente le esperienze che, nel Quebec, aveva sviluppato il professore Lambert. Il modello catalano, nonostante tutto, non ha seguito alla lettera i referenti canadesi ed è stato modificato a partire delle coordinate estratte dal contesto e dalle proprie strategie d’intervento.

 

Sarebbe interessante ricordare che l’immersione linguistica non è stata, all’inizio, un programma spinto dall’Amministrazione educativa della Catalogna. I pionieri sono stati in realtà un gruppo di scuole (professori o comunità educative) che, coscienti dell’inefficacia dei modelli d’insegnamento della lingua catalana in relazione alle esigenze del contesto sociolinguistico e socioculturale, decidono sperimentare, provare alternative metodologiche diverse, nella situazione legale che offre la Legge 7/1983 di Normalizzazione Linguistica. L’appoggio dell’amministrazione politica è dovuto al successo ottenuto nelle prime esperienze (il riferimento alle scuole pubbliche di Santa Coloma de Gramenet, nella periferia industriale di Barcellona, è obbligato)

 

Per quel che riguarda le basi pscolinguistiche del PIL è assolutamente necessario far riferimento all’ipotesi dell’interdipendenza linguistica del professore canadese Cummins. L’ipotesi dello sviluppo interdipendente propone che il livello di competenza acquistato dal bambino nella L2  dipende, in parte, dal tipo di competenza che il bambino ha svilupato nella L1 dal momento in cui incomincia il contatto intenso con la L2. Riassumendo, l’ipotesi propone che esiste interazione fra la lingua d’appredimento ed il tipo di competenza che il bambino sviluppa nella L1 prima dell’ inizio della scuola. I lavori del Cummins proponevano che le abilità implicate nell’uso di una lingua non sono proprie delle sue caratteristiche, non dipendono dall’aspetto formale (morfologia, sintassi, fonologia, ecc.), ma che implicano l’uso del linguaggio in generale; in maniera che, nella base dell’uso che qualsiasi locutore fa d’una delle lingue che domina, c’è una competenza comune  a tutte loro. Questa competenza non è innata, ma è il risultato dell’apprendimento ad usare una lingua determinata. Le teorie del Cummins offrivano un contesto teorico esplicativo che da sostegno  ai processi d’insegnamento che usano come lingua veicolare una lingua che non è la lingua degli allievi, poichè la competenza è comune e viene trasferita da una lingua all’altra.

Tuttavia, l’ipotesi d’interdipendenza linguistica, anche se assicurava che il programma d’immersione poteva funzionare con alunni di ambienti socioculturali strutturati, nello stesso tempo poneva interroganti in relazione con gli alunni di ambienti socioculturali poveri. Ed è qui che entrano in gioco le impostazioni del sociologo Basil Bernstein riguardo il ruolo del linguaggio verbale e dei suoi codici nell’insucesso scolare negli ambienti socioculturali bassi (il codice verbale limitato proprio di questi gruppi non serve per aver un risultato positivo nella scuola, dove viene usato un linguaggio astratto e non contestualizzato). Questi studi sono nella base della scelta d’introdurre il PIL, in maniera precoce, nell’educazione infantile, in modo di aiutare a compensare le disuguaglianze linguistiche che esistono fra gli allievi.

 

Alcune considerazioni riguardanti  le caratteristiche e condizioni del PIL:

 

L’applicazione del PIL:

·        È un programma con cambio di lingua casa/scuola.

·        È un programma d’educazione biligue; gli allievi devono raggiungere lo stesso dominio d’entrabe le lingue (quella famigliare e quella scolastica) durante il periodo di scuola dell’obbligo.

·        È un programma voluntario (la Legge lo garantiva e tutt’oggi lo garantisce con la possibilità di richiedere attenzione linguistica individuale di lingua spagnola durante il primo anno di scuola).

·        La maggioranza degli allievi non conosce la lingua d’apprendimento.

·        Tutti gli insegnanti sono bilingue (ovvero, conoscono la lingua della scuola e la lingua famigliare della scolaresca).

·        Nel caso del catalano, bisogna aggiungere che il PIL è stato anche relazionato, come abbiamo già detto, a tutto un processo di rinnovazione pedagogica (sopratutto nella fase dell’educazione infantile e nella prima elementare) che implicava l’introduzione di nuove metodologie, nuove strategie didattiche, nuovi materiali curricolari ... e di normalizzazione linguistica, per il fatto che ha permesso di garantire il conoscimento d’una lingua minoritaria, in questo caso la catalana, per la maggioranza della popolazione, indipendentemente di quale fosse la lingua famigliare.

 

Alcune considerazioni riguardanti gli aspetti organizzativi e istituzionali:

 

Spesso un aspetto meno conosciuto, però non necessariamente meno importante, dello sviluppo del PIL è stata l’apportazione di nuove forme organizzative e d’intervento istituzionale.

Una delle innovazzioni organizzative più interessanti dello sviluppo del PIL fu la creazione dei “Plans intensius de normalització linguistica”, che sono modi di lavoro in collaborazione fra diferenti istituzioni (amministrazione locale, amministrazione autonoma) che agivano in un determinato territorio e che hanno contribuito con proposte molto interessanti alla pianificazione linguistica scolare, intendendo che l’educazione non è un lavoro solo dell’istituzione scolastica, ma bensí della società.

Lo sviluppo del PIL ha implicato anche la costruzione d’un ambizioso programma di consulenza didattica che, diretto dal Servei d’Ensenyament del Català (SEDEC) facente parte del Departament d’Ensenyament de la Generalitat, fu decisivo alla rinnovazione pedagogica delle scuole pubbliche elementari di Catalogna, specialmente durante gli ultimi anni 80 (ottanta) e la prima metà degli anni 90 (novanta).

 

 

Un modello linguistico riconosciuto dalla Costituzione Spagnola

 

Il 23 dicembre del 1994, il Tribunale Costituzionale ha emesso una sentenza nella quale considerava che quattro articoli della Legge 7/1983 del 18 aprile, di normalizzazione linguistica in Catalogna, per l’esattezza quelli che regolavano il regime linguistico dell’insegnamento in Catalogna (un processo iniziato nel 1983 quando un privato ha presentato un ricorso amministrativo alla Sala Amministrativa del Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna), erano ammessi dalla Costituzione Spagnola.

In modo definitivo, si può affermare che, con questa sentenza, la Costituzione Spagnola avallava il modello linguistico dell’insegnamento previsto dalla legislazione catalana.

 

 

L’ordinamento legale della lingua nella scuola

 

Negli anni 90, si fa un salto qualitativo, almeno nell’aspetto legale: viene stabilito l’ordinamento generale degli insegnamenti dell’educazione infantile, elementare e media obbligatoria in Catalogna (3) a partire dell’entrata in vigore della Legge organica 1/1990, d’ordinamento generale del sistema educativo, dove si determina che il catalano, come lingua propria che è di Catalogna, lo è anche per l’insegnamento. Verrà utilizzato normalmente come lingua veicolare e d’apprendimento dall’educazione infantile, dall’educazione elementare e dall’educazione media obbligatoria. Posteriormente, i decreti (4) che venivano sviluppati in infantile, elementare e media obbligatoria, l’ordenazione generale degli insegnamenti, rinforzavano il fatto di affermare un’altra volta che  il catalano come lingua propria di Catalogna lo è anche dell’insegnamento, e di conseguenza, deve venir utilizzato come lingua veicolare e d’apprendimento dell’insegnamento dei sopracitati livelli educativi. Lo stesso riferimento lo troviamo anche nei decreti che stabiliscono gli insegnamenti di formazione professionale, delle medie superiori (5), ecc.

 

La Legge 1/1998, del 7 gennaio, di politica linguistica (http://www6.gencat.net/llengcat/legis/lleipl.htm) stabilirà ancora che il catalano dev’essere usato normalmente come lingua veicolare e d’apprendimento nell’istruzione non universitaria.

In oltre, d’accordo con l’articolo 6 (La lingua propria e le lingue ufficiali) dello Statuto di autonomia della Catalogna (dal 2006 Catalogna ha un nuovo Statuto di autonomia in sostituzione dello Statuto del 1979) (6):

 

1.      La lingua propria di Catalogna è il catalano. Di conseguenza, il catalano è la lingua d’uso normale e preferente dalle amministrazioni pubbliche, dai mezzi di comunicazione pubblici in Catalogna, ed è anche la lingua normalmente adoperata come lingua veicolare e d’apprendimento nell’istruzione.

 

2.      Il catalano è la lingua ufficiale di Catalogna, come lo è anche lo spagnolo, che è la lingua ufficiale dello Stato spagnolo. Tutte le persone hanno il diritto di usare le due lingue ufficiali e i cittadini di Catalunya hanno il diritto ed il dovere di conoscerle. I poteri pubblici di Catalogna devono stabilire le misure necessarie per facilitare questi diritti e di compiere questi doveri, d’accordo con quello che stabilisce l’articolo 32, non ci dev’essere discriminazione per l’uso di qualsiasi delle due lingue.

 

Per quel che rigurda l’insegnamento non universitario, si specifica:

            Articolo 35. Diritti linguistici nell’ambito dell’insegamento.

1.      Tutte le persone hanno il diritto di ricevere l’insegnamento in catalano, come stabilito dallo Statuto. Il catalano dev’essere usato come lingua veicolare e d’apprendimento nell’insegamento universitario e non universitario.

2.      Gli alunni hanno il diritto a ricevere l’insegnamento in catalano nella scuola non universitaria. Inoltre hanno il diritto ed il dovere di conoscere con sufficenza orale e scritta il catalano e lo spagnolo alla fine della scuola dell’obbligo, indipendentemente della loro lingua abituale al momento dell’iscrizione nella scuola. L’insegnamento del catalano e dello spagnolo deve avere una parte adeguata nei piani di studi.

3.      Gli alunni hanno diritto a non essere separati in scuole o in classi differenti per causa della loro lingua abituale.

4.      Gli alunni che s’iscrivono più tardi dell’età corrispondente al sistema scolastico di Catalogna hanno il diritto a ricevere sostegno linguistico speciale, se per il fatto di non capire il catalano hanno difficoltà a seguire il normale insegnamento

 



 

 

 

 

 

Più di 2 anni*

Capisce

%

È capace

di parlare

%

È capace

    di leggere

%

È capace di scrivere

%

 

Dai 2 ai 14 anni

966

919

95,10

753

78,00

657

68,00

534

55,30

Dai 15 ai 29 anni

1.468

1.428

97,30

1.162

79,20

1.212

82,60

930

63,40

Dai 30 ai 44 anni

1.267

1.208

95,30

812

64,10

875

69,10

398

31,40

Dai 45 ai 59 anni

1.045

964

92,20

594

56,80

600

57,40

227

21,70

Dai 60 ai 74 anni

847

756

89,30

520

61,40

488

57,60

210

24,80

Dai 75 ai 84 anni

282

240

85,10

178

63,10

151

53,50

63

22,30

Dai 85 anni 

74

62

83,80

47

63,50

36

48,60

14

18,90

Totale

5.949

5.578

93,80

4.066

68,30

4.019

67,60

2.376

39,90

 

*(migliaia di persone)

Fonte: Institut d'Estadística de Catalunya

 

 

2.      L’attualità

Quale è la situazione attuale?

 

È giusto dire che, a giorno d’oggi, pratticamente tutti i cittadini che hanno frequentato la scuola catalana conoscono le due lingue ufficiali. Se esaminiamo i datti ufficiali, ottenuti dal censimento del 1991, ci si rende conto quale è il livello di conoscimento della lingua catalana da parte della cittadinanza di Catalogna ed in modo particolare la cittadinanza che ha usufruito di questo sistema educativo catalanizzato (caselle ombreggiate).

 

E lo spagnolo?

 

Nonostante alcune voci apocalittiche che periodicamente annunciano, sopratutto nei periodi preelettorali ed elettorali, che i nostri alunni non hanno un conoscimento adeguato della lingua spagnola, la realtà ci dimostra che, se ancora qualche lingua è debole, questa è la catalana.

Come dato significativo, risalta che nel periodo 1998 – 2003 in Catalogna e nel resto dello Stato si hanno creato ed applicato delle prove di spagnolo approvate tra l’Istituto Nazionale di Valutazione e Qualità del Sistema Educativo (INECSE) del Ministero d’Educazione ed il Consiglio Superiore di Valutazione del Sistema Educativo del Departament d’Educació. Come si può comprovare nei grafici seguenti, i risultati fra le prove in Catalogna e in Spagna sono, dal punto di vista statistico, uguali, ovvero non c’è differenza significativa tra le percentuali e dimostrano che gli studenti di Catalogna e quelli del resto dello Stato raggiungono lo stesso livello di lingua spagnola:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lingua spagnola nell’educazione elementare (12 anni) 1999


 

 


Lingua spagnola nell’educazione elementare (12 anni) 2003


 

 

 


Lingua spagnola nelle scuole medie (16 anni) 2000


 


Il problema non è nel campo del conoscimento dello spagnolo e molto meno nell’uso che possono fare i giovani di Catalogna di questa lingua onnipresente nel campo del divertimento, delle nuove tecnologie, nei mezzi di comunicazione, di buona parte dell’università, nel mondo del lavoro, ... Il problema riguarda invece la lingua catalana. Da una parte, il conoscimento de la lingua catalana è alto, però l’uso che ne fanno è limitato. Se a questo fatto si aggiunge il continuo aumento delle migrazioni extracomunitarie che arrivano a Catalogna, in modo particolare dal 2000 (due milla), e la formazione di contesti scolastici multilingue si propongono nuovi interrogativi e sfide per lo sviluppo del programma d’immersione linguistica.

 

Uso attuale del catalano e dello spagnolo nei giovani

Dai dati emersi dalla statistica sugli usi linguistici in Catalogna, fatta nel 2003, il 53,5% della popolazione di Catalogna di più di 15 anni, ha lo spagnolo come prima lingua, il 40,4% ha il catalano, il 2,8% ha entrambe le lingue come prime ed il 3,3% ne tiene altre. Ma, quando si chiede quale è la lingua in cui s’identificano, osserviamo un significativo aumento del catalano: un 48,8% dichiara che è il catalano, un 44,3%, lo spagnolo, il 5,2% tutte e due, e l’1,7% s’identifica con altre lingue. Ossia, il catalano ha una buona capacità d’attrazione.

 

In tutti i modi, malgrado i dati anteriori e malgrado che il catalano è la prima lingua d’insegnamento no universitario, dei mezzi di comunicazione pubblici, de l’amministrazione pubblica di Catalogna e della toponimia, la lingua spagnola continua ad essere la lingua maggioritaria in molti ambiti della società: giustizia,

mondo socioeconomico, etichetaggio dei prodotti, mezzi di comunicazione (specialmente TV e riviste), libri specializzati (in modo particolare nel mondo della scienza), comunicazione fra catalanoparlanti e spagnoloparlanti, divertimento, ...

si può affermare che è perfettamente possiblile vivere in Catalogna conoscendo solo lo spagnolo, senza sapere una parola di catalano.

 

Per rendersi conto della forza dello spagnolo in Catalogna è sufficiente esaminare due studi recenti. Per la ricerca Hàbits de lectura i compra de llibres a Catalunya 2006, fatta da Precisa Research per  l’Associació d’Escriptors en Llengua Catalana ed il Gremi d’Editors de Catalunya datata febbraio 2007:

  • Il 78,7% delle persone che hanno partecipato all’indagine dichiara di avere lo spagnolo come lingua abituale di lettura contro un 20,1% per il catalano, uno 0,7% per l’inglese ed uno 0,5% per altre lingue.
  • Nella classifica dei 25 titoli più letti nel 2006 ci sono solo libri editati in spagnolo, siano originali o traduzioni.
  • Fra i 20 libri più venduti nel 2006 non c’è nessun titolo in catalano e, tra i 20 autori più letti c’è solo uno scrittore in lingua catalana: Albert Sánchez Piñol.

 Se a questi dati aggiungiamo che nello stato spagnolo si editano annualmente 66.000 titoli nuovi fra i quali: un 78,3% in spagnolo, un 11,7% in catalano, un 2,1% in gallego, un 1,8% in inglese ed un 1,5% in basco, ovvero si stampano, si vendono e si leggono molti più libri in spagnolo (Catalogna non è altro che un submercato del mercato spagnolo).

E se ci fossero ancora dei dubbi che i nostri giovani non sanno lo spagnolo: gli ultimi dati del barometro della comunicazione e la cultura (www.fundacc.org) fatti pubblici nell’ottobre 2007 non possono essere più chiari: lo spagnolo è la lingua più frequente nella “dieta” mediatica e culturale nei giovani del nostro paese. Il rapporto offre una dose di realismo per quelli che, da una parte, credono che il catalano è già una lingua normalizzata e, dall’altra, per quelli che credono o vogliono far credere che lo spagnolo è una lingua perseguitata a tal punto da essere eliminata da molti ambiti della nostra società.

 

Lo studio, oltre a sottolineare il basso consumo culturale del nostro paese, ha constatato che i giovani tra i 14 e i 25 anni in Catalogna leggono tre volte di più quotidiani in spagnolo che in catalano, sei volte di più riviste in spagnolo che in catalano, quasi un 30% ascolta la radio in spagnolo mentre quelli che l’ascoltano in catalano non arrivano al 18% e, attenzione, un 66% guardano la televisione in spagnolo mentre un 18 % la guarda in catalano. I dati che riguardano il consumo di film, musica, videogiochi, concerti e libri confermano il netto predominio dello spagnolo. Solo nelle mostre (un ambiente molto istituzionale) domina il catalano. Negli spettacoli c’è un equilibrio fra le due lingue (con un leggero dominio dello spagnolo).

I dati sui giovani sono ancora più preoccupanti se li paragoniamo con quelli dei maggiori di 25 anni, i quali consumano più in catalano (le percentuali del consumo in spagnolo si mantengono però sempre più alti di quelli in catalano). I dati che abbiamo dei Paesi valenziani e delle Isole Baleari ci confermano che qualsiasi politica che non viene fatta a favore della lingua è, semplicemente, politica contro la lingua, visto che i risultati sono molto più bassi di quelli ottenuti in Catalogna.

 

Quali sarebbero le conclusioni?

 

  • L’insegnamento in catalano non garantisce un maggior uso della lingua anche se può aiutare a frenare il processo di sostituzione.
  • Se una politica linguistica si basa solamente nel sistema educativo non universitario e non lavora in altri ambiti d’uso specialmente quelli relazionati con il divertimento, la lettura, il mondo socioeconomico e sociolaborale si potrà far ben poco per fare di questa lingua una lingua necessaria per vivere in un territorio (l’unico meccanismo perchè una lingua continui ad essere usata).
  • Per molti giovani (chissà se la moggioranza?), è uguale usare una lingua o l’altra (e probabilmente la perdente continua ad essere il catalano). Quando succede così, aimè delle lingue che non sono imprescindibili!
  • La quota d’influenza dei mezzi di comunicazione in catalano è molto più bassa di quella ottenuta anni indietro, sopratutto per l’aumento de l’offerta dei mezzi in spagnolo nel nuovo scenario audiovisuale.
  • Nel caso in cui non fosse stata fata la politica di mettere il catalano prima lingua dell’insegnamento non universitario, dei mezzi di comunicazione pubblica (catalana), dell’amministrazione e della toponimia (i quattro punti sui quali si basa la politica linguistica del nostro paese), ci troveremmo in una situazione simile a quella dei Paesi Valenziani e delle Isole Baleari dove il consumo di quotidiani e riviste è pratticamente inesistente, ed è molto basso in radio e televisione (per non dire in altri ambiti).

 

In conclusione, la politica linguistica applicata in Catalogna per quello che riguarda il catalano e lo spagnolo non solo è legittima (e continua ad esserlo), anzi bisognerebbe estenderla in altri ambiti, perchè, come si è potuto vedere in questo studio, l’unica lingua in situazione di scomparsa reale è la lingua catalana che è la lingua propria di questo territorio (se scompare da qui, scompare dal mondo).

 

 

3.      Uno sguardo verso il futuro

 

La nuova immigrazione: un’ultima opportunità

 

Negli ultimi anni, uno dei cambi più importanti e significativi che si è verificato in Catalogna è stato l’arrivo massivo di persone procedenti d’altri paesi. Questa immigrazione ha avuto la virtù di mettere a fuoco molti temi che sembravano risolti (o nascosti, per essere più precisi): il modello sanitario catalano, il modello urbanistico, il modello educativo, l’uso della lingua (delle lingue)...  Nel caso delle lingue, bisognava decidere quale era la lingua d’accoglienza nel nostro paese, quale era la lingua che dovevano imparare le persone arrivate, se bisognava cambiare gli usi linguistici dei catalanoparlanti che, in pratica, si rivolgono sempre in spagnolo a quelli che non vengono identificati come catalani (ad esempio, persone di altre razze, oppure persone che incominciano a parlare lo spagnolo) ... Non è che il problema sia risolto, però quello che è sicuro è che negli ultimi anni le diverse amministrazioni catalane (Generalitat e comuni) sono andate avanti nella linea di fare del catalano la lingua d’accoglienza, sopratutto tra i più giovani immigranti, nello stesso tempo c’è un’amplia offerta di corsi di lingua catalana per i nuovi arrivati adulti che è stata incentivata dal Consorci de Normalització Lingüística (un ente condiviso fra la Generalitat e i comuni).

 

L’insegamneto non universitario e l’immigrazione: un esempio di come si vuole il futuro sociolinguistico in Catalogna

Fissiaomoci nel caso dei centri educativi di Catalogna, dove praticamente passa tutta la scolaresca (sicuramente i dati percentuali d’alunni stranieri riflette molto più chiaramente la reale percentuale d’immigranti). L’arrivo d’alunni stranieri è stato importantissimo negli ultimi anni. Di fatti, in Catalogna ci sono alunni procedenti da più di 150 stati di tutto il mondo. La nuova immigrazione nonostante abbia avuto una distribuzione irregolare, si è consolidata in tutte le zone di Catalogna, sia in qelle industriali, in quelle turistiche o in quelle agricole.

 

 

Il Piano per la lingua e la coesione sociale

Davanti a questa realtà il Departament d’Educació de la Generalitat de Catalunya ha dato impulso al Pla per a la llengua i la cohesió social (www.xtec.cat/lic),  mediante il quale iniziano nel corso 2004-2005 le aule d’accoglimento come risposta metodologica ed organizzativa per affrontare questa nuova sfida educativa. Senza dubbio, l’arrivo della nuova immigrazione avrà alcune implicazioni sociali che posono marcare il futuro della società catalana del secolo XXI e, per questo motivo, un buon accoglimento, una buona integrazione, senza rinunciare alle basi culturali e linguistiche che ogni persona arrivata porta con sé della propria cultura, una garanzia  perchè tutti abbiano il diritto di avere le stesse opportunità... sono alcuni degli elementi che ci potranno aiutare a disegnare una società catalana coesionata, non escludente, integratrice, rispettosa con le apportazioni delle persone che arrivano, e nello stesso tempo, fedele alla propria storia, lingua, ed alla maniera d’intendere il mondo che ha caratterizzato i catalani e le catalane che lungo la storia hanno formato il nostro paese. Se vogliamo essere valorizzati, anche noi dobbiamo valorizzare gli altri: questa è una delle idee che danno forza a questo Piano.

Per tutti questi motivi, gli sforzi dell’amministrazione educativa catalana sono stati molto importanti: nell’anno scolastico 2004-2005 si sono create 600 aule d’accoglimento (ad ogni aula è stato assegnato un professore), per il corso 2007 – 2008 siamo quasi a 1200 aule. Queste aule hanno avuto dotazione di nuove tecnologie, hardware e software adatto ai loro programmi, dotazione economica per acquistare materiale didattico, formazione specifica per i professori dell’aula d’accoglimento e per tutti i professionali implicati nell’accoglienza degli alunni, inviamento regolare delle novità editoriali nel tema d’accoglimento, sostegno pedagogico da parte dei consulenti di lingua e coesione sociale che il Departament d’Educació ha nominato in tutta Catalogna (più di 200 nell’anno scolastico 2006-2007). Sicuramente, siamo in grado d’affermare che si tratta d’una scomessa importante come quella che è stata fatta negli anni 80 del secolo scorso con l’applicazione del programma d’immersione linguistica per gli alunni spagnoloparlanti.

Inoltre, per il Departament d’Educació è stato sempre chiaro che una risorsa come l’aula accoglimento non ha senso senza tenere in conto che è una parte d’un progetto più vasto. Qualcuno ha affermato che la presenza d’alunni stranieri offre una buona opportunità per riflettere su come insegnamo e, in definitiva, per tentare di ridurre l’insucesso scolare della scolaresca. Basta osservare che un professore che si trova davanti un gruppo d’alunni i quali, in modo parziale o totale, non capisce la lingua deve concentrare i suoi sforzi nel fatto che i suoi messaggi siano capiti. Questo lo obbliga alla contestualizzazione costante mediante l’attività gestuale, l’intonazione marcata di quello che dice, l’enfasi che gli permette di sottolineare quello che è più rilevante, la ricerca di strategie di comunicazione compresnsibile in modo tale di conseguire che i suoi allievi s’applichino e non restino fuori dei suoi discorsi. In cambio, se l’insegnante o il professore sa che gli allievi lo capiscono da priorità agli aspetti formali e dimentica la contestualizzazione descrita anteriormente. In ambienti socioculturali bassi quest’attitudine è molto pericolosa, poichè anche essendoci una coincidenza formale tra le parole del professore e degli allievi, il suo uso è molto diferente, in quanto gli allievi hanno un livello di linguaggio povero.

Inoltre, come è stato detto, la presenza d’alunni stranieri ha riproposto il tema dell’uso della lingua catalana. Se la lingua catalana non viene usata in modo coerente da parte di tutti i membri del centro educativo e non viene usata negli ambienti d’educazione non formale, difficilmente gli alunni la percipiranno come una lingua utile che bisogna usare. Nel migliore dei casi la percepiranno come una lingua scolastica che si deve imparare ma che non serve per vivere. Per questo motivo, sia dal Departament d’Educació, sia dai comuni sono stati avviati i cosidetti Plan Educatius d’Entorn (nella linea dei Plans Intensius de Normalització Lingüística, ma con ricorsi economici più elevati), dove oltre le amministrazioni sopracitate, si sono anche compromesse associazioni sportive, di divertimento, universitarie con l’obiettivo di lavorare per la coesione sociale facendo del catalano una lingua utile.

Cosa vuole attualmente la scuola catalana?

Attualmente, con un bagaglio di 30 anni d’autogoverno, d’esperienza pedagogica nell’insegnamento di seconde lingue (sicuramente il più importante d’Europa) il Departament d’Educació de la Generalitat de Catalunya incentiva nei centri educativi “projectes lingüistics” che hanno come fine che la Catalogna del secolo XXI  abbia bisogno di cittadini che, oltre al catalano, il tratto che più ci singolarizza, siano competenti con il massimo di lingue possibile, cioè di cittadini plurilingue.

Una proposta per una Catalogna che deve assicurare il futuro della lingua catalana e che deve restare aperta al mondo più che mai. Cittadini che trovino nel catalano la loro lingua di comunicazione abituale, e che, oltre a conoscere perfettamente il catalano conoscano lo spagnolo e possano comunicare in inglese, che abbiano un conoscimento che gli permetta, come minimo, capire alcune delle altre lingue romaniche e, nel caso degli immigranti, che possano conoscere la loro lingua d’origine. Una sfida difficile, però certamente stimolante come società, come paese.

 

 

(1) Poche famiglie han fatto valere il loro diritto a ricevere attenzione individuale in spagnolo nell’educazione infantile ed elementare

 

 

AS

94/95

AS

95/96

AS

96/97

AS

97/98

AS

98/99

AS

99/00

AS

00/01

AS

01/02

AS

02/03

AS

03/04

AS

04/05

96

89

60

21

24

10

10

5

2

0

0

 

AS = anno scolastico

 

(2)

http://www20.gencat.cat/docs/Llengcat/Documents/Legislacio/Recull%20de%20normativa/Ensenyament/Arxius/en_decret362_1983.pdf

 

(3) Decreto 75/1992, del 9 marzo, il quale stabilisce l’ordenamento generale degli insegnamenti de l’educazione infantile, elementare, media e superiore non universitaria.

 

(4) Il decreto 94/1992, del 28 aprile, il quale stabilisce l’ordenamento curriculare de l’educazione infantile, il Decreto 95/1992, del 28 aprile, il quale stabilisce l’ordenamento curriculare de l’educazione elementare el il Decreto 96/1992, del 28 aprile, il quale stabilisce l’ordenamento curriculare de l’educazione media obbligatoria.

 

(5) Il decreto 332/1994, del 4 novembre, il quale stabilisce l’ordenamento generale degli studi di scuole professionali in Catalogna ed il Decreto 82/1996 del 5 marzo il quale stabilisce l’ordinamento degli studi medi superiori, ripetono che il catalano è la lingua d’apprendimento.

 

(6) Per conoscere  in modo complessivo il trattamento della lingua catalana nello Statuto d’Autonomia (Legge organica 6/2006, del 19 luglio), ci si può rivolgere a: http://www6.gencat.net/llegcat/legis/estatut.htm

 

 

 

 

Pere Mayans (direttore del Servei d’Immersió i Ús de la Llengua)

Imma Canal (responsabile del programma d’immersione linguistica)

Subirats | divendres, 23 de maig de 2008 | 12:53h

L'Institut d'Estudis Occitans es una associacion culturala lei de 1901 creada en 1945 qu'a per tòca lo manten e lo desvelopament de la lenga e de la cultura occitanas per la direccion, l'armonizacion e la normalizacion de tots los trabalhs que pertòcan a la cultura occitana dins son ensemble. L'IEO es organizat en seccions regionalas, seccions departamentalas o cercles locaus que s'espandissen sus l'ensemble de l'espaci occitan. De mai, diferents sectors o associacions afiliadas o membres de l'IEO s'ocupan d'activitats especificas.
 
L'IEO es una associacion lei de 1901 reconeguda d'utilitat publica (1949) e joinessa e educacion populara (1986). L'IEO es membre dau comitat francés dau Bureu europeu de las lengas mens espandidas (EBLUL-França),  e daus Rencontre interregionalas, que recampan daus representants de las diversas lengas de França. L'IEO es tanben un club UNESCO.
PD: El text és de la web de l'Institut d'Estudis Occitans


Subirats | dijous, 22 de maig de 2008 | 20:31h
AMENDEMENT N° 605 Rect. présenté par M. Warsmann, rapporteur au nom de la commission des lois----------

ARTICLE ADDITIONNEL

AVANT L'ARTICLE PREMIER, insérer l'article suivant :

L’article 1er de la Constitution est complété par une phrase ainsi rédigée :

« Les langues régionales appartiennent à son patrimoine. ».

EXPOSÉ SOMMAIRE

Cet amendement propose de tenir compte du souhait d’inscrire dans la Constitution l’existence de langues régionales, qui a été exprimé par un grand nombre de parlementaires, notamment à l’occasion du récent débat qui a eu lieu à l’Assemblée nationale sur les langues régionales (séance publique du mercredi 7 mai 2008). Il est proposé d’insérer la mention des langues régionales dans l’article 1er de la Constitution, qui a été complété par la révision constitutionnelle du 28 mars 2003 afin de préciser que « son organisation est décentralisée ».


Subirats | dimarts, 20 de maig de 2008 | 16:50h


 .


Hongarian version of La clau Gaudí, by Andreu Carranza and Esteban Martin. Bestseller in Hungary!
"Ármány, talány és misztikum Barcelonában A spanyol szerzőpáros könyve méltó párja Dan Brown Da Vinci-kódjának: egy újabb izgalmas, misztikus elemekkel átszőtt kultúrtörténeti thrillerregény… A 20. század eleji Barcelona növekszik, a modernizmus szelleme ellenállhatatlan hatással van a sötét oldal híveire. A szabadkőműves páholyok, a titkos társaságok révén a város az ezotéria központjává növi ki magát. Antonio Gaudíról, az építészről pedig kiderül, hogy a Moria-lovagok nagymestere és egy évezredeken átívelő jóslat kulcsfigurája".

Imatge i text del bloc de Pere Muñoz.


Subirats | diumenge, 18 de maig de 2008 | 04:35h
 

No al transvassament

18th of May, a very  important date for the Ebre lands: demonstration in Amposta against the deleting of water from the Ebre river. The Catalan government want to take water to Barcelona and its region, because they say we are going through an emergency period of extreme dryness. We don't trust them, because we know there is enough water in the city and its surroundings so as not to suffer. We are going to fight the project. We'll be a "river" of people who are going to march in the streets of Amposta to fight for the gnity of our land and our people. After this project, more deletings will follow, that's why we can't accept it!!!
This is a poem to support the fight against this crazy project that can lead to the disappearance of the Ebre delta:

 
We belong to a land of sweetest water,
we love that lovely river of wet stars,
and a piece of land in the middle of the country,
and a language of ancestors, a language of all.
And we scream at the top of our voices,
The river is life!
We belong to the people who live around us,
gentle people who work in dry fields,
gentle ones who sail in the nearby sea,
those who grow olives and those who fish,
we'll let us hear our voices everywhere,
the river is life!
And we'll sail on tender waters and sing
lullabies to kids who want to live in this land,
to old ones who've worked so hard,
to men and women who want to listen,
a single message of love and dignity.
The river is life!


Subirats | dissabte, 17 de maig de 2008 | 09:14h

 

The Fight Against Homophobia from the European Parliament: International Day Against Homophobia

Raül Romeva, ViceChair of the LGBT Rights Intergroup


Since its inception, the European Union has been a strong supporter of human rights. Having been founded upon the ashes of the Second World War, we know all too well the risks and dangers that come from the denial of the fundamental rights of individuals and minorities. On this significant Day - The International Day Against Homophobia I wish to express my solidarity with Gays, Lesbians, Bisexuals and Transgender persons worldwide who are still too often deprived their rights solely on the ground of their sexual orientation. I wish to bring up some points which clearly show that homophobia is still a horrible phenomenon harming too many citizens in Europe and beyond.

 

1. There are still 7 countries in the world where homosexual or bisexual people are sentenced to death by the state. In Saudi-Arabia, Iran, United Arab Emirates, Yemen, Mauritania, Nigeria and Sudan consensual sexual acts between adults of the same sex is sentenced to the death. In these countries LGBT people are deprived their fundamental right to live just for the reason of love and affection towards persons of the same sex.

 

2. But we do not have to look so far behind the boarders of Europe to find how homophobia harms.

 

The Pride and Equality Marches are peaceful demonstrations that invoke the core principles of a Europe that is tolerant and appreciative of its diversity.

 

It is sad to realise that still in some European countries these marches are not organised as a celebration of love and happiness. In these countries Pride marches are a call by local LGBT people to recognize their human rights. And it is even sadder that often in the same Member States LGBT people are met with big reluctance by governments and local authorities even to get permission organising these demonstrations.

 

European Court of Human Rights and other European Institutions have always firmly confirmed rights of LGBT people to peaceful assembly, but it is shame that the governments and local authorities in countries like Latvia, Poland or Moldova do not want to respect these rights from the very beginning.

 

3. Infringed freedom of movement of LGBT persons within the European Union is another burning issue. We all want increased mobility of workers within the European Market. At the same time very few member states are recognising same-sex partnerships of other countries. How likely is that a same-sex couple will move to a country for work if their relationship is not recognised in that country? This is a grave infringement in LGBT peoples´ right of movement within the EU. This is an infringement to influence around 50 million Europeans.

 

4. And lastly I would like to touch upon an issue of anti-discrimination legislation. It is important that LGBT people are protected against discrimination, because that is a fact that discrimination on grounds of sexual orientation is widespread.

 

It is also a fact that most of the European countries have some kind of legislation protecting LGBT people against discrimination. But level of protection varies considerably from country to country.

 

This makes it hard for European citizens to know what the level of protection is when they move within the European Union. This also makes it complicated for Equality Bodies to tackle discrimination cases, since people can be discriminated on different grounds in the same situations, but not all grounds are protected equally. It is also not easy for companies to do businesses in several Member States, when the rules to be complied with differ so widely.

 

There is an urgent need for comprehensive anti-discrimination Directive protecting European citizens against all kinds of discrimination. And the European Commission has tools for that. Article 13 of the Amsterdam Treaty states that the European Commission can take measures to combat discrimination on grounds of sexual orientation. The European Parliament has called upon the Commission to deliver such a directive 6 times in past 4 years. Now it is up to political courage of the Commission and President Jose Manuel Barroso to act accordingly.


Subirats | dijous, 15 de maig de 2008 | 12:51h

No al transvassament

El col·lectiu de blocaires ebrencs volem sumar-nos al rebuig que el projecte de transvasament de l'Ebre a Barcelona ha generat a la societat civil del territori. Considerem que la mesura no està justificada i que la canonada que ha d'unir la xarxa del Consorci d'Aigües de Tarragna (CAT) amb la d'Aigües Ter-Llobregat (ATLL) serà una infraestructura permanent que perpetuarà la dependència hídrica de l'àrea metropolitana de Barcelona.

 

-Per tot això, denunciem l'alarmisme i la manipulació que el govern català i l'Agència Catalana de l'Aigua estan fent de la falta d'aigua i de la insuficiència de les últimes pluges, per justificar el transvasament de l'Ebre a Barcelona. A més, reclamem una informació transparent sobre la millora de la situació dels pantans i també de les aigües subterrànies de les conques internes de Catalunya, ja que l'últim episodi de pluges també ha degut recarregar els aqüífers.
-Denunciem que aquesta política respon als interessos especulatius que pretenen consolidar un model de territori insostenible, de creixement sense límits, que perjudica les Terres de l'Ebre i la resta de territoris perifèrics. Els transvasaments reforcen el consum d'aigua de les grans conurbacions urbanes i les noves zones residencials; generen més expectatives de consum insostenible, d'especulació urbanística, i de destrucció del territori, perquè al mateix temps també fomenten un ús desmesurat de l'aigua, tant a les cases com a les indústries. Els transvasaments no són la solució, sinó l'estalvi, la reutilització de cabals, la recuperació d'aqüífers contaminats i la dessalació.
-Advertim que no es pot parlar de transvasament temporal degut a la sequera, ja que això és un insult a la intel·ligència de la població de Barcelona i de la resta del país. La mesura no contribuirà a canviar el model de gestió del consum, ja que no es revisaran ni es limitaran les concessions a indústries, urbanitzacions, nous regants o complexos turístics. L'ampliació del minitransvasament a Barcelona afavorirà un projecte, la interconnexió de xarxes, al qual la Generalitat va voler renunciar perquè no complia els principis de la nova cultura de l'aigua.
-Fem una crida a la dignitat i la responsabilitat de la classe política de les Terres de l'Ebre, especialment als càrrecs electes de tots els partits polítics, perquè sàpiguen estar a l'altura i defensen els interessos del territori, davant d'aquest engany flagrant als ciutadans, que van acudir a les urnes confiant que els transvasaments ja havien quedat enterrats, i que Catalunya apostava per consolidar la nova cultura de l'aigua.
-Reiterem la nostra oposició a qualsevol transvasament i a la interconnexió de xarxes inclosa en el decret de sequera, ja que obre la porta a d'altres transvasaments, i manifestem el nostre suport a la dignitat de les Terres de l'Ebre, a la Plataforma en Defensa de l'Ebre i qualsevol altra entitat o col·lectiu que compartisca la causa i l'objectiu d'aturar aquest tipus de projectes. Per tant, donem tot el suport a la convocatòria la manifestació del 18 de maig a Amposta, així com a les properes accions que en el mateix sentit es puguen anunciar en els propers dies.

Ebresfera (Terres de l'Ebre), 15 de maig de 2008


Subirats | divendres, 9 de maig de 2008 | 09:16h

Josep Guardiola Sala, (Santpedor, Catalonia, January 18, 1971) is coach of FC Barcelona B and a Catalana former football player. He will take over F.C Barcelona at the end of the 2007/8 season, replacing current manager Frank Rijkaard. He was captain of FC Barcelona. He also played for Brescia Calcio, AS Roma, Al-Ahli Doha and Dorados de Sinaloa. Guardiola has also played for and been a strong supporter of Catalonia. He was a deep lying playmaker with exceptional vision.

Guardiola was a product of the pedrera barcelonista, playing initially as junior with Gimnàstic de Manresa and FC Barcelona B. He spent the majority of his career at FC Barcelona where between 1990 and 2001 he made 379 appearances. Playing as a defensive midfielder, he was a key member of the Dream Team put together by Johan Cruyff in the early 1990s, providing a local presence in a team of Basques and foreigners. During his time at FC Barcelona he became a firm favourite with fans and won an impressive array of trophies. In 1997 he succeeded José Mari Bakero as club captain. However a hamstring injury subsequently kept him out for a year. After leaving FC Barcelona in 2001 he played for Brescia Calcio and AS Roma in Serie A. However his time in Italy was unhappy and included a four month ban after testing positive for Nandrolone. Six years later in Oct. 23, 2007, Guardiola was cleared on all charges that brought on this ban. On Thursday June 21, 2007 Guardiola was officially named as the head coach of FC Barcelona B, F.C Barcelona's reserve team. On Thursday, May 8, 2008 FC Barcelona president, Joan Laporta announced that Guardiola would replace current Barcelona manager Frank Rijkaard at the end of the season.


Subirats | dijous, 8 de maig de 2008 | 09:35h

Monsieur le Président, Monsieur le Ministre, Mes Chers Collègues,

Avant tout, en cette année 2008 déclarée « Année Internationale des Langues » par l’UNESCO, je souhaite vivement saluer cette initiative. En effet, l’engagement pris envers les langues régionales a été tenu et l’organisation de ce débat en est la concrétisation. Il révèle officiellement l’intérêt que le Gouvernement accorde à la préservation de notre diversité linguistique et culturelle et je lui en suis extrêmement reconnaissant. Cette discussion, depuis longtemps sollicitée et espérée, tant par les députés directement concernés, que par les associations qui oeuvrent chaque jour en ce domaine, revêt un aspect absolument primordial pour certains départements mais, in extenso, pour notre pays. La diversité tant linguistique que culturelle est une grande richesse pour les individus et les sociétés. Sa préservation est un enjeu majeur pour l’humanité. La volonté de nos concitoyens d’être reconnus dans leurs identités propres au sein même des territoires dans lesquels ils vivent est indéniable. Et à cet égard, il est absolument crucial de permettre à nos langues de vivre et à ceux qui le désirent de les pratiquer. Cependant, une certaine menace pèse sournoisement sur nos langues régionales et ce depuis de très nombreuses années. A simple titre d’exemple, les évolutions technologiques et, plus spécifiquement, le remplacement de la télévision analogique par le système numérique, risquent dangereusement de condamner la réception, dans les Pyrénées-Orientales, de TV3 et Canal 33, compromettant ainsi sévèrement la promotion et l’usage du catalan. Nous parlons donc ici de la survie de nos langues régionales. Aujourd’hui, porter les couleurs de sa région ne revient pas à se désolidariser de la Nation mais au contraire à intégrer son histoire ainsi que l’histoire locale dans le patrimoine national. Le sentiment d’appartenance régionale ne revendique pas de séparation avec les autres cultures ou un refus de notre identité nationale, mais tout simplement le droit d’exister avec fierté dans un pays tout en revendiquant les couleurs de sa culture. Dans de nombreuses régions, les langues locales, éléments forts de l’identité locale, ont souvent été interdites, aboutissant ainsi à la perte de pans entiers de cultures riches en tradition et en histoire. Or, pour les habitants de ces régions, perdre un peu de leur identité revient, en réalité, à perdre un peu de leur histoire. Il n’est nullement question de remettre en cause la suprématie de la langue française, langue officielle de notre République, mais il est urgent de trouver des solutions pérennes qui permettent à nos langues régionales de se pratiquer, de se transmettre, de se développer.
La langue catalane présente une immense particularité. La constitution d’un groupe d’études sur les langues régionales à l’Assemblée Nationale est une étape importante et je l’ai intégré pour qu’enfin nos langues locales soient mises à l’honneur et considérées à leur juste valeur. Je suis sincèrement scandalisé que l’on m’oblige à parler du catalan comme d’une langue régionale. Le catalan ne peut pas être uniquement qualifié de langue régionale car près de 10 millions de personnes le parlent dans le monde. On ne peut pas en permanence continuer à gérer notre pays en se focalisant sur un esprit parisianiste. Paris, c’est bien mais c’est parfois loin de la France. Le catalan est une réalité qui ne mérite ni indifférence, ni dédain. Trop longtemps il a été considéré comme un patois. Or, il s’agit tout de même de la langue officielle de l’Andorre et de la Catalogne Sud. Le catalan est le socle de négociations internationales et européennes tant en terme d’échanges commerciaux que culturels ou économiques. Pour l’avenir professionnel de nos enfants, je vous avoue que, dans les Pyrénées-Orientales, l’enseignement du catalan représente un atout inestimable car il offre la possibilité d’intégrer un marché du travail extrêmement dynamique, celui de la Catalogne Sud. Nos enfants ont parfois plus intérêt à envisager une carrière orientée vers le Nord de l’Espagne que vers le Nord de l’Europe. C’est là que les méthodes d’apprentissage en milieu scolarisé prennent toute leur envergure. Les enseignements bilingues à parité horaire ou en immersion sont les seuls moyens de s’imprégner totalement d’une langue. De ce fait, il est temps de proposer aux parents une totale liberté de choix en ce domaine car il s’agit bien là de l’avenir de leurs enfants.
Depuis plus de trente ans, les organismes internationaux n’ont cessé de rappeler l’importance des langues dans le patrimoine de l’humanité et d’inciter les Etats à prendre des mesures efficaces pour assurer la défense et le développement des langues. Le Président de la République a officiellement déclaré dans la presse qu’un texte de loi reconnaissant l’importance que nous accordons aux langues régionales et le rôle de l’éducation nationale à leur égard permettrait d’assurer la protection juridique de ce patrimoine inestimable. De nombreux Etats ont déjà des législations reconnaissant cette diversité comme un atout remarquable de leur développement économique, social et culturel. Si j’adhère totalement à ce débat national auquel je participe avec satisfaction et fierté, je tiens cependant à vous faire part de l’état d’esprit qui anime mes concitoyens.
Les humiliations historiques ont été lourdes pour les catalans. Le traité des Pyrénées, signé en 1659, a engendré de multiples incompréhensions. Les catalans rejetés d’un côté de la frontière et intégrés de force afin de devenir français ont ressenti les pires sentiments : trahison, incompréhension, rejet des deux côtés. Aujourd’hui encore, demeurent des stigmates d’humiliation à travers les tentatives de l’Etat d’affaiblir leur patrimoine culturel et linguistique. L’Etat français devra tôt ou tard s’expliquer et assumer ses responsabilités pour enfin prendre des mesures concrètes en faveur de ces langues régionales. Reconnaissez Monsieur le Ministre qu’il n’est tout de même pas normal que d’un département à l’autre, ou d’une région à l’autre, la défense des langues régionales n’ait pas les mêmes soutiens financiers. De plus, je voudrais affirmer clairement que Non, malgré ces débats, la République française n’est pas en danger et que les langues régionales ne sont pas une menace pour notre langue officielle. Au contraire, ce débat est une chance formidable pour l’épanouissement de nos cultures locales. En toute sincérité, je crois qu’il est grand temps de sécuriser une fois pour toutes la situation des langues régionales de France. Ayons le courage d’aller plus loin dans ces discussions car prochainement, j’espère, nous devrons légiférer unanimement. Par contre, la culture française est en danger à travers l’indifférence que l’Etat témoigne envers nos langues régionales. Si jusqu’à présent les catalans ont fait preuve d’une intelligence remarquable et d’un comportement exemplaire pour la défense de leurs racines, ne poussons pas, par des mépris répétés, les passions vers l’exacerbation ou le terrorisme intellectuel. Ne passons pas à côté de cette opportunité quasi historique de donner aux langues régionales leur place et toute leur place dans notre société.

Senyor Ministre, els Catalans són gent orgullosa, honesta i pacífica. La seva llengua és un dret i saben quins són els seus deures. (Monsieur le Ministre, les catalans sont fiers, honnêtes et paisibles. Leur langue est un droit et ils savent où sont leurs devoirs)


Subirats | dimecres, 7 de maig de 2008 | 19:40h

El diputat nord-català de la UMP Daniel Mach ha parlat en català per primer cop davant de l'assemblea estatal francesa. El següent és un text escrit per un diputat bretó de la mateixa assemblea:
"Les langues régionales ne sont plus un sujet tabou au Parlement. Le 7 mai prochain, l’Assemblée Nationale débattra en effet ouvertement de la place de nos langues régionales dans notre pays. Nous nous réjouissons que François Fillon respecte ainsi l’engagement qu’il avait pris. Fini les embuscades et les coups de main législatifs pour que ce sujet soit abordé pendant quelques petites minutes volées dans l’hémicycle. Fini le tabou. Pour la première fois, le 7 mai, la représentation nationale débattra en séance publique de la place des langues régionales dans notre pays. C’est une très grande satisfaction qui nécessite un grand coup de chapeau à tous ceux qui se mobilisent sur ce sujet. Ce débat dépasse souvent la situation des seuls locuteurs, il parle au cœur des Français.

Mais pour que ce débat passionnant ne soit pas l’occasion de tirades passionnelles dénonçant une prétendue atteinte à l’unité nationale, nous devons nous traiter en égaux et en finir avec l’ignorance des histoires locales, la suffisance d’un certain parisianisme, la condescendance, l’ostracisme de ceux qui tolèrent un folklore, mais réprouvent l’expression d’une identité.

La France, défenseur des identités et cultures minoritaires ou menacées dans le monde, choisira-t-elle “l’année internationale des langues” pour faire enfin une place à ses langues régionales ?

Il est temps de sortir des clichés faciles et méprisants que certains répètent à l’envi dès que ceux qui sont attachés à leur identité culturelle s’expriment. Que l’on cesse à chaque fois que nous souhaitons faire reconnaître nos patrimoines linguistiques locaux de nous agiter le mistigri de la fin de l’unité française ! Aimer parler alsacien, basque, breton, corse, flamand, gallo, occitan ou provençal et vouloir transmettre ces langues, ce n’est pas trahir la France mais c’est l’aimer et l’enrichir ! Non, les langues régionales n’ont rien à voir avec le patois, elles sont le fruit d’une histoire et d’une culture qui, souvent, fondent l’histoire de notre pays. Comment construire l’avenir de notre pays en reniant ses fondements ? L’unité n’est pas l’unicité. Connaissez-vous une famille dont les membres sont absolument identiques ? Et même si cette famille existait, trouveriez-vous cela très sain ? Nous ne sommes pas des clones. L’égalité n’est pas l’uniformité, nous estimons au contraire que les différences contribuent à l’affirmation d’une richesse culturelle commune.

Il y a 40 ans, le Général de Gaulle n’avait-il pas déclaré lui-même à Lyon et à Quimper que la construction de l’unité française était achevée et qu’il convenait de laisser s’exprimer les énergies locales ?

Les derniers militants de l’ultra-jacobinisme se trompent d’ailleurs de combat. Cet ultra-jacobinisme va contre l’intérêt de la Nation. Il est responsable de la radicalisation de certains de nos compatriotes. L’extrémisme des uns appelle et provoque l’extrémisme des autres. L’agressivité des uns provoque le repli sur soi, le communautarisme et la violence qui prospèrent sur le terreau des incompréhensions. Pour nous, ce débat du 7 mai ne peut pas être une parenthèse. Il s’inscrit dans le cadre des propos du Président de la République au cours de la campagne des élections présidentielles qui proposait “de réfléchir ensemble aux propositions très concrètes que l’on pourrait retenir pour sécuriser une fois pour toute la situation des langues régionales de France.”


Subirats | divendres, 2 de maig de 2008 | 20:28h

http Aquest article l'ha publicat l'amic Brian Cutts al Catalonia Today. Brian is a Yorkshireman who has been living in Tortosa in the last twenty years.

"The truth is the present state of national emergency regarding water supplies for Barcelona has been blown up out of all proportion. The truth is this so-called emergency is being used as the excuse for the government to finally go ahead with the Ebro water transfer - every government's dream since the 80s. The truth is there are alternative solutions but the Catalan government has put on the blinkers and is on the home straight. The truth is this will not be a temporary measure, but will be used whenever another dry-period occurs, a not too uncommon occurence given where we live. The truth is the Catalan government, soon to be followed by other southern autonomous governments would sooner bleed the Ebro dry before tackling the disastrous territorial planning issues which have led to the present situation. The truth is the environmental state of the Ebro, its Delta, and coastline is already in a precarious condition and cannot afford to give up any more of its water resources.
The truth is the government have known this problem was coming since, at least, last autumn but kept quiet for electoral reasons. The truth is the three parties in government in Catalonia all signed the Compromis per l'Ebre with the Ebro Defense Platform declaring they would never let an Ebro water transfer take place. President Montilla himself signed the document together with Mr. Saura and Mr. Caro-Rovira. The truth is - never again will these three parties be able to raise their heads in the lower Ebro region and look its citizens in the face".


Subirats | dilluns, 28 d'abril de 2008 | 23:21h

Old Trafford after its most recent expansionFlags in the wind, we shall win.
Shoutings in a cloudless night, we shall win tonight.
We'll conquer Old Trafford and we'll fly to Moscou,
nobody can stop my love, Barça, for you.
You'll never  lose, you'll never walk alone,
we can win once and ever more.
Cries of gaiety in this starry night,
Cries of encouragement for our players all the time,
We are wearing blue, we are wearing wine,
we know the language of the stars.
We shall win and never stop shouting,
we're proud of our past, and present and more.
we'll remember  Manchester...forever,
and the field of the victory, Old Trafford.

Subirats | diumenge, 20 d'abril de 2008 | 13:04h
http We belong to a land of sweetest water,
we love that lovely river of wet stars,
and a piece of land in the middle of the country,
and a language of ancestors, a language of all.
And we scream at the top of our voices,
The river is life!
We belong to the people who live around us,
gentle people who work in dry fields,
gentle ones who sail in the nearby sea,
those who grow olives and those who fish,
we'll let us hear our voices everywhere,
the river is life!
And we'll sail on tender waters and sing
lullabies to kids who want to live in this land,
to old ones who've worked so hard,
to men and women who want to listen,
a single message of love and dignity.
The river is life!

Subirats | divendres, 11 d'abril de 2008 | 08:00h

The land of our ancestors, land of all!
the language of the people, Catalan!
the fight for freedom, all the time!

We'll never forget your death!
We'll never forgive those who killed you
and left us in pain forever.

You were young and full of life.
You loved the country you were born,
you didn't accept to be a slave.

Your youth carried feelings of beauty.
Your youth made you dream: liberty!
Your name belongs already to the country!

You'll never walk alone!
We'll never forget your face!
We'll always fight for independence!


Subirats | diumenge, 6 d'abril de 2008 | 20:33h
 
 


Barca: A People's PassionFC Barcelona is much more than a football club- it is a social and political phenomenon. And this is much more than a book about football- it is also a story of more than one hundred years of obsessive Catalan pride. The only full history of FC Barcelona and Catalonia in English, it contains some of the great moments-and personalities-of football history, from the stardom of Johan Cruyff to the early days in Europe of the great but tragically flawed Diego Maradona. This is also the club that took on Franco during the Spanish Civil War and embarked on one of world's sports biggest rivalries, in its eternal struggle with Real Madrid. I hope you will find it packed with revelations about extraordinary characters such as Patrick O'Connell, the one-time Manchester United player who bravely stuck it out as FC Barcelona's coach after its president was shot by Franco loyalists. An essential read not just for football fanatics but any visitor to Spain, in particular Barcelona? I hope so.

This book is the stroy and anatomy of Football Club Barcelona, one of the world's most loved sporting institutions - an international passion -. No sporting motto is more appropriate that the club's own Som més que un club. Barça, as it is affectionately known by millions of fans around the world, has secured a number of successes both at home and abroad, but the loyalty and popularity it generates has for years had less to do with itss success on the football pitch than with its transformation into a potent symbol of political and cultural identity. Spain's fin de siècle 1898 may have meant the end of an imperial dream, but for the Catalans - for so long accustomed to defeat and humiliation - the year marked a turning point. The early twentieth century saw Barcelona's regeneration as one of Europe's most enterprising cities, with the appearance of a football club justifiably proud of its name. The growth of Barça as a sporting success projects the region's cultural and political revival to the outside world, as the club developed into the most revered symbol of Catalan nationalism as well as an expression of human rights. Repressed during the dictatorship of General Primo de Rivera in the 1920s and during the Franco years, it became a vehicle for a powerful collective identity, both defiant of dictatorship, and proud of sporting language and expression that reached out, beyond the isolating frontiers of the spanish Satate, to Europe and beyond.
What this book by Jimmy Burns is about is, like Barça itself, more than just a football club. It identifies and portrays some of the great moments of football history as plaues and managed by its collection of superstars. But its prime objective is to follow and dissect the human drama surrounding Barça's evolution as a political and sociological phenomenon, drawing on the testimony of key witnesses to bring alive the history of a collective experience.


Subirats | dissabte, 5 d'abril de 2008 | 08:31h
NIGHT UPON TOWN

When the night falls upon town,
Light flies unstoppable, and stands
Above, in hill’s eyes.
Peace reigns in the park
And birds sing in dreams
With tender words and kissed.

 Quiet is a cloudless night.
The stars do move and shine,
While everyone sleeps tenderly,
Apart from me, the strangest one.

 I’m awake and see
The yellowy moon watching life go by.
There’s no way to avoid
A rare feeling at night.

 PATH OF FLOWERS

Where you see that path of flowers,
In a moment of deep shyness,
The world vanishes fast.
There are no more to fulfil,
The quiet of the moment reigns.

Later, we go nowhere.
Borders you find wherever
You want to croos.
And a well, waterless
emptinesss
everywhere.

Shadows in a world of lights,
Cruelty mixed with tenderness.
Flying above our heads.
I don’t know what happens
When beauty becomes ugliness.


Subirats | divendres, 4 d'abril de 2008 | 07:51h
Die Katalanische Kultur ist Ehrengast der Franfurter Buchmesse 2007, Jährlich besuchen über zwei Millionen Deutsche dieses Land am Mittelmeer. Die meisten dieser besucher fahren "nach Spanien". Auch dis übergrosse Mehrheit der Spanier hält Katalonien füer eine Region ihres Landes. Die Meisten Katalanen dagegen halten ihr Volk für eine Nation und sehen sich nur ungern als Einwohner einer unter vielen anderen spanischen Regionen.
Ist Katalonien also eine Nation ohne Staat oder eine Region Spaniens? Auch im Land selbst gibt es Zweifel. Nationale Nabelschau, mirar-se el melic, gilt ja als katalanischer Nationalsport. Die Frage ist natürlich, was man unter "Nation" versteht. Besonders im französischen und englischen, aber auch im spanischen Sprachgebrauch sird das Wort als Synonym für den Staat gebraucht - so spricht man beispielsweise von den Vereinten "Nationen" und meint damit eine Organitsation von Staaten. Katalonien ist aber kein Staat. Dort, wo "Staat" und "Nation" übereinstimmen, fällt der alltägliche Nationalismus der Fahnen, Symbole und Adjektive niemandem auf - Spanier verstehen deshalb nur schwer, dass Katalanen die Gültigkeit dieser Symbole infrage stellen, oder sogar versuchen, sie durch eigene zu ersetzen, ohne einen Staat zu haben und oft auch ohne ihn zu wollen.
Auf der anderen Seite werden z.B. im Deutschen, in den slawischen sprachen und im Katalanischen andere mögliche Kennzeichen einer Nation in den Vordergrund gerückt: eine gemeinsame Sprache, Kultur und Bräuche, eine gemeinsame Geschichte. Manchmal stehen auch eine gemeinsame Abstammung und die Existenz eines gemeinsamen Wirtschaftsraums oder -stils im Zentrum. auch das Vorhandensein eines Nationalgefühls und- bewusstseins gehort in den Reigen möglicher Definitionselemente. Schliesslich gibt es auch eine Denkrichtung, derzufolge alle Nationen erst das Ergebnis der Nationalbewegungen sind und davor gar nicht existieren.

Subirats | dimecres, 2 d'abril de 2008 | 14:27h
The military orders of the Temple and the Hospital played a decisive role in the reconquest of the land taken by the Arabs in the East of the Iberian Peninsula. They were both associated with the Aragonese Crown in the Reconquest from Islam in the southern area of Catalonia and the north of the Kingdom of Valencia. They built towers and castles to organise and defend the land, they repopulated the sites, granted new settlers their permission to stay, and built parochial churches which were under their patronage.  the Templars possessed a vast territory in the Ebre region, which thtey began to build with the conquest of Tortosa, where they settled a command. Later on the administration passed to the castle of Miravet, which was set up as the capital of what was known as the Districte de Ribera, an organisation half-way between command and province. Their dominion increased through conquests, purchases and donations in the region of Terra alta, Ribera d'Ebre and Baix Ebre, and in the mid XIII century a new administration was already needed. Tat caused the decentralisation of the district, even though the commands were always given by the supremacu of the knight commander of Miravet. The Templar organisation in the lands of the Ebre comprised the commands of Miravet (with the sub-commands of Gandesa, algars and Nonasp), Tortosa (with Prat), Ascó (with Riba-roja) and Horta.
The Hospitalers, who ruled the region of Montsià, organised their commands maintaining the centres of power existing in Andalus times: Amposta, Ulldecona and La Ràpita. Amposta was the administration point and set up the castellania until the possessions went to Ulldecona and the office of the castellania became itinerant; that happened when the Hospitalers exchanged the city for other lands with the king.
Templars and hospitalers helped King Jaume I in the conqeust of the kingdom of Valencia, and he rewarded them with important dominions. Although in the beginingthe Templar heritage was inferior to the Hospitaler one, the Order increased its possessions mainly int the northern region (command of Xivert-Peníscola), and continued until it possessed one of its most important fiefdoms in the Corona d'Aragó.
the dominions of both orders was not free from problems and conflict with the feudal nobles, with the bishops and, in the XIII century, with the emergent civic power; and also with the Crown, which desired to recover economic and political power. Royal power's fear of the military orders was clearly shown in the intervention of King Jaume II after the dissolution of the order of the Temple: although the goods from Catalonia and Aragon were given to the Hospitalers, in the kingdom of Valencia Templars and Hospitalers' posessions went, by royal iniciative, to a new national military order, the Montesa.

Subirats | dilluns, 31 de març de 2008 | 08:40h

Rosenthal's foreword

Portada de la traducción castellana de 1511.

With the phrase "the best book of its kind in the world"," Cervantes established Tirant lo blanc as an underground classic, a category in which - outside the Catalan Lands - it still belongs today. Yet for its wit and vivid realism, Tirant deserves to be place in an entirelu different group of works: those medieval and Renaissance masterpieces like The Decameron, The Canterbury Tales, Gargantua and Pantagruel, and Don Quixote itself that remain both "great books" in the academic sense and very enjoyable reading for anyone who happens to pick them up. the noves has also had its admirers in our own century, particularly the Peruvian writer Mario Vargas Llosa, who described its author Joanot Martorell as "the first of that lineage of God-supplanters- Fielding, Balzac, Dickens, Flaubert, Tolstoi, Joyce, Faulkner- who try to create in their novels  all-encompassing reality".
Why, then, has Tirant lo Blanc failed to win the acclaim it deserves? A number of reasons could be advanced, but the basic one is simple enough: it was written in Catalan. When Tirant was published in 1490, the Catalan language and its literature were about to enter a three hundred and fifty year decline durint which the outside world would take very little notice of them. Tirant shared in this general oblivion, from which it has only partially recovered in the Castilian-speaking world. Had the outcome of the Spanish Civil War been different, this process might have accelerated, and perhaps translations into other modern languages would have been published or reprinted by now. Instead, Catalan cutlure was brutally suppressed for twenty years and benignly neglected for fifteen more, thus making the literature almost inaccessible to interested foreigners. This translation, then, is the first modern version of Tirant lo Blanc to appear in any non-Hispanic language.
Though exact estimates differ, there is ageneral consensus that sometihing like three-quarters of Tirant lo Blanc was written by Joanot Martorell. Much remains to be learned about his life, but what de do know illuminates many aspects of his masterpiece. Our author's fther, Francesc Martorell, was one of King Martin the Humane's chamberlains and a magistrate in the city of Valencia. His wife, Damiata de Montpalau, bore him seven children: Galceran, Joanot, Jofre, Jaume, Isabel (first wife of ausiàs March, the outstanding fifteenth-century Catalan poet), Aldonça (who married Galceran de Montpalau), and Damiata, to whom we shall return shortly. While not great lords, Joanot and his relatives were respected memebers of the fighting Valencian nobility. they usually lived in the town of Gandia, where Joanot may have been born in 1413 or 1414. His name first appears (as Sir Joanot Martorell, meaning he had been knighted) in 1433, together with his father and brother Galceran.


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